La rubrica sul calcio a 5
Ci sono storie sportive che valgono più di una parata, più di un’uscita ben eseguita, più di una classifica. Storie che non fanno rumore perché non finiscono nei tabellini, ma scavano dentro: fino al punto esatto in cui la fragilità deve trasformarsi in resistenza.
Quella di Stefano Traini – portiere classe ’94 pioniere nella disciplina regionale con circa trecento presenze contando tra Adverso Ascoli, Miracolo Piceno, Cus Macerata, Tenax Castelfidardo, Potenza Picena, Recanati, Invicta Macerata e Montelupone – è una di queste. La storia di un infortunio a lungo sotterrato da diagnosi piene di negligenze, ecografie fuorvianti e per estensione, sfociato in un recupero dilatatosi all’inverosimile.
Il suo calvario inizia il 9 marzo 2024, a Fano, parando un calcio di rigore. Il gesto estasiante per antonomasia per chi vive tra i pali. Anche se quella volta il corpo non associa alla soddisfazione psicologica quella fisica. Anzi. La gioia comporta uno strappo importante al semitendinoso, al semimembranoso e al bicipite femorale della gamba destra.
Ma questa diagnosi – la reale diagnosi – verrà fuori soltanto a fine agosto 2024. Per cinque mesi gli viene ripetuto che lo strappo era stato importante, ma non allarmante. Che il problema si rifaccia solo al bicipite, senza coinvolgimento degli altri muscoli posteriori. E soprattutto, che non serve l’operazione.
Quando la situazione degenera, invece, saranno specialisti più autorevoli consultati successivamente a dirgli l’opposto: l’intervento sarebbe stato non solo utile, ma addirittura necessario. Da quell’agosto in poi, inizia la seconda vita dell’infortunio. E quella di Stefano. Che anziché vacillare dinanzi ad un vero e proprio colpo basso, si fa forza e risale la china per poter tornare a fare quello che più gli piace senza calcolare tempi e spese.
Si affida alla terapia. Bologna, Grottazzolina, esercizi corretti, potenziamento, riabilitazione costante. Un anno intero nelle mani di Giorgio Ardelli, “un punto fermo” nel percorso riabilitativo. La luce torna ad accendersi nell’agosto 2025. Quando per la prima volta si può tornare a lavorare sul campo. Con calma, prudenza, con la paura a far da diavoletto sulla spalla.
A comandare, però, è sempre stata la resilienza in questo cammino. La stessa che l’ha portato, un calvario di venti mesi dopo, a tornare ufficialmente sul campo venerdì 21 novembre, in occasione della vittoria del Montelupone sul Lucrezia, 5-4. Il doppio filo che lega Stefano al calcio a 5 è sempre stato troppo forte. E non si è ancora spezzato.
Ciao Stefano. Benvenuto su YOUFUTSALDAY ma soprattutto bentornato in campo. Com’è stato ritrovare il parquet?
-Ciao e grazie infinite per lo spazio. E’ stato bello, bellissimo. Un’emozione che mi sono restituito attraverso mesi di lavoro e di recupero indimenticabili. Ma a cui non potevo sottrarmi, se volevo ritrovare un pezzo fondamentale di me stesso.
Ripercorriamo le tappe. Quanto è pesato scoprire, col tempo, che l’infortunio era stato sottovalutato?
-Molto, moltissimo. Quando mi sono fatto male, a marzo ‘24, tra me e me avevo intuito fosse stata cosa non da poco. Poi però i primi esiti, che in realtà sottostimavano il danno, mi avevano sollevato e rincuorato poiché prospettavano un rientro all’inizio della stagione successiva. Poi però ho subito un contraccolpo psicologico veramente tosto. Nel 2024-2025 non ho mai visto il campo. Durante la preparazione in vista della suddetta stagione sportiva, a cinque mesi dall’infortunio, ancora qualcosa non andava.
Come hai affrontato la situazione?
-Mi sono confrontato con il mio mister, Enzo Bargoni, che ringrazio, il quale mi ha destinato al suo fisioterapista. Da qui in poi, sono rimbalzato tra Perugia e Bologna, dove il dottor Nanni ha raggiunto la diagnosi che sarebbe dovuta arrivare nei mesi a ritroso. Quella che avrebbe dovuto prevedere l’operazione. Ormai era troppo tardi per questa, però.
E da lì come sei ripartito?
-Permettimi qui di introdurre e ringraziare profondamente la figura di Giorgio Ardelli. Che oltre ad avermi indirizzato a Bologna per il referto, mi ha preso in carico come un figlio per la riabilitazione. Con lui ho affrontato un anno intero di fisioterapia meticolosa, più il lavoro autonomo.
Quali sono state le sensazioni più difficili da gestire?
-Quelli legate alla paura. Durante il percorso riabilitativo, comunque non sapevo come sarei rientrato. Perché di rientrare, nonostante tutto questo, avevo assolutamente intenzione. Non essendomi operato sin da subito c’era il rischio che il danno fosse permanente.
La società ha fatto la differenza nello stimolare il tuo ritorno?
-Decisamente. Mentre attraversavo quella fase, sapevo in ogni momento che ci sarebbe stato qualcuno pronto ad accogliermi come se nulla fosse successo uscito dal tunnel. Tra le cose, avendo il dato anagrafico sportivo non proprio a mio favore. Al Montelupone sarò riconoscente per sempre.
Adesso hai riabbracciato la tua passione più grande. Quando la mollerai..?
-Non penso che sarà così semplice, dopo tutto questo. Non vedevo l’ora di farmi attraversare di nuovo dall’adrenalina, dall’ansia sana pre partita. Dalla voglia di dimostrare che posso ancora dire la mia nell’ambito di questo sport. Sono stato fermo venti mesi più meno. Il ritiro sarà rimandato almeno di altrettanti mesi (ride ndr.)

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