Tre operazioni al cuore, Diletta e quel segno sul petto che racconta una vita: “Non siamo diversi”

Dal primo intervento a nove mesi con il dottor Marcelletti fino al terzo intervento nel 2016. Il racconto della giovane di Porto San Giorgio

Tre giorni dopo la nascita, i genitori scoprono che la loro bambina è venuta al mondo con un problema al cuore: la tetralogia di Fallot, una grave cardiopatia congenita. Così inizia in salita la vita di Diletta Pomioli, oggi trentenne di Porto San Giorgio.

Nove mesi dopo la nascita, la prima prova decisiva: Diletta affronta il suo primo intervento a cuore aperto con il dottor Macelletti. “Arrivò il giorno più difficile – racconta Diletta – il mio primo intervento a cuore aperto. Per i miei genitori fu devastante, ma la fiducia che nutrivano nei confronti del dottor Marcelletti sovrastava ogni pensiero negativo. L’operazione andò bene. Custodisco ancora oggi una foto di me in ospedale, cinque giorni dopo l’intervento, con un sorriso enorme e quelle guance che scoppiavano di felicità e gratitudine”.

All’età di 12 anni, durante una visita di controllo arrivano poche parole sussurrate ma capaci di riportare indietro l’orologio: “C’è da rimetterci le mani”. “Il 18 settembre 2007 fui operata per la seconda volta – confida Diletta – la parte più difficile non fu l’operazione in sé o l’accettazione di dover riaffrontare un intervento a cuore aperto, ma il dovermi giustificare con persone che non conoscevano questa condizione e ponevano domande sempre più assurde e indelicate. Fu proprio grazie alla mia compagna di stanza, Elena, che imparai a superare questo enorme scoglio: il pregiudizio della gente. Grazie a lei tornai ad amare la mia cicatrice come l’avevo amata dal primo giorno fino ai miei dodici anni”.

Poi nel 2016 a causa dello streptococco che aveva gravemente danneggiato la valvola Diletta subì il terzo intervento ad Ancona con il dottor Pozzi.

“Oggi sono trent’anni che vivo con questa cardiopatia congenita – ha continuato Diletta – ho sempre vissuto questa condizione non come un limite, ma come una spinta a raggiungere nuovi obiettivi, consapevole della forza e della tenacia che mi contraddistinguono. Ho vissuto sulla mia pelle la difficoltà di mostrare la propria cicatrice, timorosa di commenti e sguardi che, a dodici anni, per qualche mese, hanno spaventato anche me. Ho conosciuto anche la parte peggiore: l’ignoranza di chi non sa. Un giorno ho assistito a una conversazione tra adulti, ignari della mia patologia, che parlavano di una bambina cardiopatica come di un mostro. Sentii frasi come: ‘Povera, è destinata a morire prima degli altri’, ‘Nella sua vita non potrà fare nulla’ o addirittura ‘Questi bambini sono destinati a vivere una vita infelice’. Questo mi indignò profondamente. È per questo che oggi voglio raccontare la mia storia. Per arrivare non solo alle persone che, come me, stanno vivendo o hanno vissuto questa battaglia, per dare speranza, ma anche per informare chi non conosce questa realtà. Non siamo diversi. Non abbiamo qualcosa in meno. Non siamo oggetto di sguardi strani, non siamo limitati, siamo unici, speciali, forti con una consapevolezza e una capacità di amare fuori dal comune“.

“La cicatrice sul mio petto non è un limite – conclude – è il mio orgoglio. È il segno visibile della mia forza, della mia storia. Non vivo con la paura costante di morire: vivo con la consapevolezza profonda di essere viva. E se tutto questo è stato possibile, il grazie più grande va a mia mamma e a mio papà, che mi hanno cresciuta nella consapevolezza della mia condizione e nella normalità con cui avrei dovuto vivere la mia vita e la mia cicatrice”.

Potrebbe interessarti anche

                       

Articoli correlati

                       

Dalla home
VUOI RIMANERE SEMPRE AGGIORNATO?

Iscriviti al nostro
canale telegram

Autore

I Più LETTI
DELLA SETTIMANA

I Più condivisi
DELLA SETTIMANA

 

Ultime NEWS