Scoppia l’amore per il calcio femminile, Macerata nel 1968 era in serie A

Il presidente dell’Yfit Avallone: “Qui una storia importante, in passato sfide contro Fiorentina e Milan”

di Nazzarena Luchetti

John Stuart Mill, filosofo ed economista inglese, nonchè difensore della dignità femminile, diceva che gli uomini hanno sempre una conoscenza “incompleta e superficiale” delle donne. Una donna che legge La Gazzetta dello Sport, ad esempio, è sempre di difficile interpretazione: per i più, lo fa per darsi un tono, per attirare l’attenzione maschile, per distinzione. Se poi la lettura oltrepassa i dieci minuti, è probabile che la passione sportiva sia sincera ma che la donna in questione abbia comunque qualche stranezza caratteriale. La lettura del quotidiano rosa (la scelta del colore femminile per eccellenza della gazzetta sembra sia dipesa da una improvvisa mancanza di carta bianca per poi piacere così tanto da diventare marchio di fabbrica) è una febbre che da sempre contagia la maggioranza maschile che segue assiduamente soprattutto le vicende calcistiche del sesso forte. Ma il 18 giugno 2019 è accaduto qualcosa che potrebbe cambiare tutto: la Rai e la potente Sky hanno trasmesso la seconda partita della nazionale italiana dei campionati mondiali di calcio femminile e 7,3 milioni di telespettatori sono rimasti incollati alla tv per vedere Italia Brasile. E’ la prova che è nato un amore, un sentimento che può abbattere l’ultimo pregiudizio sulla debolezza delle donne, scardinare la certezza che il pallone è roba per arti forti e androgeni e promuovere il merito, non solo una aprioristica parità di genere. Novella Calligaris, Sara Simeoni, Francesca Schiavone, Karolina Kostner, Valentina Vezzali, Flavia Pennetta tanto per citarne alcune, sono le sportive italiane alle quali sono stati tributati tutti gli onori mediatici, mai, però, quelle del nostro calcio erano salite così in alto tanto da cambiare la percezione di diffidenza sul calcio femminile. E il potere comunicativo ora potrebbe orientare nuove strategie dando una mano ai vari allenatori e presidenti di società calcistiche femminili che in tanti anni di lavoro non sono riusciti a far capire che non ci sono differenze di precisione tra un destro di Insigne e quello dell’attaccante della nazionale Girelli, che alterna giocate di prima e sponde. Beninteso, qualche differenza tra giocatrice e giocatore esiste: la forza e la potenza variano e la stanchezza si fa sentire prima, ma testa, tattica, tecnica e velocità sono le stesse. Altra differenza con gli uomini: tra le donne i falli tecnici con vistose esternazioni di dolore non esistono. Probabilmente, secondo i genetisti, le donne sono abituate a sopportare meglio un’offesa e a rischiare di meno. “Per apprezzare il gioco delle ragazze occorre osservarle sul campo”, dice Massimiliano Avallone, uno che di calcio femminile se ne intende.
Napoletano ma marchigiano di adozione, Massimiliano è presidente della Yfit di Macerata (si pronuncia wi fit, che sta per youth fitness, gioventù in forma), squadra femminile di calcio e associazione sportiva dilettantistica, “aggregativa e di crescita”, che ha messo in primo piano lo sviluppo dell’attitudine femminile al pallone. L’idea è nata in Inghilterra, durante le olimpiadi del 2012. “Mi trovavo a Londra per lavoro – racconta Massimiliano – non lontano dallo stadio dove giovani donne con le borse del Chelsea andavano a giocare: era la squadra femminile del prestigioso club calcistico inglese”. Poi il lavoro subisce qualche contraccolpo, Massimiliano ritorna nelle Marche e quella visione delle giovani calciatrici gli fornisce l’idea per aprire una scuola calcio con metodi di insegnamento all’avanguardia e i valori dell’etica sportiva. La scelta della città non è casuale. “Macerata ha una storia importante nel calcio femminile – spiega – nel 1968 c’erano due grandi squadre, la Laurels e la A.S.C Macerata che giocavano in serie A e B e disputavano gare con squadre femminili blasonate come la Fiorentina, il Milan, l’Atalanta, l’Ascoli, il Pescara, Venezia. Le due squadre maceratesi, che si sono affermate nella massima serie fino agli anni duemila, lentamente sono scomparse perché, per resistere, ci vogliono sponsor e finanziamenti, a scadenza regolare, che nel calcio femminile sono quasi inesistenti. Ed è soprattutto l’assenza di sponsorizzazione che porta alla mancata diffusione di tante realtà sportive, come quella del calcio femminile. “Manca una vera cultura sportiva che non è (solo ndr) quella del business a favore degli atleti o delle società, ma quella di un progetto sportivo completo in grado di fornire ai nostri figli un bagaglio tecnico ed etico moderno e qualitativo” – puntualizza Massimiliano, che, con la sua Yfit si è fatto garante di questo progetto di cui fanno parte 70 atlete, dai 6 anni (si incomincia con le “piccole amiche” e i “pulcini”) ai 40 anni, provenienti da diversi comuni maceratesi e che si allenano nei campi sportivi dei Salesiani. Sono suddivise per categorie: le atlete sopra ai 15 anni fanno parte della prima squadra che gioca allo stadio dei Pini ed è iscritta alla Lega Nazionale Dilettanti: quest’anno ha vinto la Coppa Italia del campionato di Eccellenza Marche – Umbria, giocando contro squadre come San Benedetto, Vis Pesaro, Vis Falera Porto Sant’Elpidio, Gubbio, Orvieto, Picchio San Giacomo, Santa Sabina, Real Deruta. Quasi ognuna di queste atlete ha la mamma o la nonna che faceva parte delle “vecchie glorie” del calcio femminile maceratese. Insomma il calcio delle donne non è una novità ma non illudiamoci: per ora, i riflettori accesi sul mondiale ci hanno fatto capire che il calcio femminile non è la brutta copia di quello maschile ma la strada è ancora lunga. Le donne continueranno ancora a giocare solo per diletto, nei tanti stadi d’Italia dove le telecamere non giungono mai. E questo è dovuto anche al fatto che nessuna donna sportiva ha la tutela del professionista: l’unica legge esistente, la 91 del 1981 disciplina “le norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti”, e tutela i professionisti di solo quattro discipline (calcio, ciclismo, golf e pallacanestro) maschili. Solo le federazioni nazionali possono spingere il Coni, l’organo che governa lo sport, a cambiare le cose, federazioni che stanno investendo sul calcio femminile perché hanno capito che le potenzialità ci sono come ha appena dimostrato il campionato femminile della serie A che è stato uno dei più belli di sempre con la vittoria, anche nel settore femminile, della Juventus. Poco importa se il risultato finale della nostra nazionale femminile al mondiale non sarà eccellente perché la vera vittoria sarà quella di veder riconosciuta alle ragazze la stessa dignità e opportunità di praticare lo sport più bello del mondo.

Alessandro Molinari
Author: Alessandro Molinari

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