L’atleta paralimpica pesarese era stata fermata per doping ma poi è arrivata l’assoluzione. Fine di un incubo e riscossa
“Un calvario, un inferno, soprattutto per me che sono sempre attentissima alle regole. Lo sport è la mia vita, è stato come morire”. Il momento più difficile, un incubo terribile per un’atleta e per una donna. Sono stati dieci mesi di odissea con conseguenze morali e fisiche che non si sono ancora esaurite. Per Anna Maria “Chicca” Mencoboni, atleta pesarese paralimpica nell’atletica, non vedente, fermata dalla procura antidoping per una percentuale infinitesimale di Clostebol, sostanza proibita, ma giudicata poi assolta in primo grado e in appello, è una rivincita.
“Alla fine abbiamo ottenuto un risultato addirittura superiore di quello di Sinner, anche lui sospeso per la stessa sostanza. Parliamo del Trofodermin, crema o spray usato per curare piccole ferite che è vietato dalle norme antidoping. Tutto è stato fatto risalire a un appuntamento con l’estetista”, ricorda l’avvocato esperto di diritto sportivo Barbara Agostiniis, soddisfatta dei risultati ottenuti. Tutto è nato da una ceretta. “Ci ho messo parecchio per capire dove potessi essermi contaminata – assicura Chicca, 57 anni -. Ero sicura di essere pulita ma sono crollata”. Chicca è tornata a gareggiare e a vincere. “In Sudafrica ho vinto il Mondiale Laser Run, ho lottato con tutta me stessa”.
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