Immigrazione clandestina e sfruttamento del lavoro: nei guai due pakistani

Gli operai vivevano in condizioni igieniche precarie in un immobile fatiscente a Senigallia

I poliziotti della Squadra Mobile e del Commissariato di Polizia di Stato di Senigallia, al termine di una prolungata e complessa attività di indagine, hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Ancona su richiesta della Procura della Repubblica, emessa a carico di un soggetto di origine pakistana, e denunciato un altro cittadino pakistano, entrambi in regola con il permesso di soggiorno, gravitanti sul territorio senigalliese e aree circostanti. I due sono ritenuti responsabili del reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il cosiddetto caporalato, ma anche per fatti connessi ad episodi di favoreggiamento all’immigrazione clandestina.

L’attività d’indagine si è protratta per oltre un anno (dal 2019 al 2020) ed è stata condotta in collaborazione con il personale dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro di Ancona che ha analizzato e sviluppato tutti gli aspetti giuslavoristici relativi ai profili attinenti la posizione lavorativa ed i rapporti contrattuali dei lavoratori. Tale attività ha consentito di far emergere plurime e reiterate condotte di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro da parte di due soggetti pakistani.

Il primo soggetto, in qualità di titolare dell’omonima impresa individuale e il secondo, in veste di co-gestore della medesima impresa, assumevano e impiegavano operai – per lo più connazionali – deputandoli a lavori presso terzi e corrispondendo loro retribuzioni palesemente discordanti da quelle previste dai contratti collettivi nazionali e/o territoriali di lavoro e, comunque, inadeguate rispetto alla quantità del lavoro prestato, in totale violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, assoggettandoli a metodi di sorveglianza e a situazioni abitative degradanti.

Il metodo implementato dai correi, consisteva nell’approfittarsi dello stato di bisogno dei lavoratori coinvolti, soggetti extracomunitari, versanti in condizioni di grave difficoltà economica e abbisognanti del rilascio o del rinnovo del titolo abilitativo alla permanenza sul territorio dello Stato.

In particolare, i braccianti, una volta reclutati dagli indagati, venivano destinati all’impiego presso svariate aziende agricole situate in provincia di Ancona, con le quali i correi avevano preventivamente stipulato contratti di appalto di manodopera, statuendo compensi ai lavoratori inferiori a 5 euro all’ora, in palese difformità con quanto previsto dal contratto collettivo nazionale per gli operai agricoli e florovivaisti.

Dal magro importo, inoltre, gli indagati prelevavano forzatamente una quota a titolo di spese sostenute per il vitto, per l’alloggio e per il trasporto dei braccianti presso le aziende agricole interessate.

In busta paga, veniva riportato un monte ore inferiore a quello effettivamente svolto dai lavoratori, omettendo di denunciare le effettive giornate di lavoro nel Libro Unico Dipendenti.

Gli sfruttatori costringevano gli operai a consegnare loro i documenti di identità e i permessi di soggiorno, al fine di assicurarsi il rispetto delle regole e dei turni di lavoro imposti, impedendone così l’allontanamento.

Gli operai, infine, erano accasati presso un immobile a Senigallia, marcato da gravi deficienze strutturali ed igienico-sanitarie, venendo peraltro alloggiati nel sottotetto, dove arrivavano a convivere contemporaneamente sino a circa 30 lavoratori.

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