Grande successo per la tredicesima edizione del “kangeiko” alla Palestra Atletica di Fermo
E così, grazie alla memoria del grande maestro Miyahira di Okinawa e all’ecumenismo di “Karate for People”, nella palestra di Fermo c’erano tutti, tutti quelli che il karate lo praticano sul serio, cioè per passione e non per agonismo foss’anche olimpico e federale, non per quelle distorte mitologie di prevalenza e prevaricazione mascherate da cause giuste che gli action movies non perdono occasione di reclamizzare. C’erano persone di tutte le età, bambine e bambini, ragazze e ragazzi, adulti nel loro prime time, signore&signori, uomini e donne dell’età di mezzo e persino anziani (alzo la mano per primo), cioè gente comune, studenti lavoratori professionisti, insomma common people, uno spaccato dell’Italia riunito insieme nello stesso luogo, tutti pazzi per il karate, questa disciplina/ filosofia/etica che non è uno sport, e non si misura con la prestazione e la caratura sportiva, perché nello sport si compete per primeggiare e nel karate, un karate che si rifà alle origini e alla purezza delle motivazioni, dunque in questo karate no.
È in questo spirito che sabato 31 gennaio e domenica 1 febbraio alla Palestra Atletica di Fermo si è tenuta la tredicesima edizione del “kangeiko”, “seminario sul karate”, aggiornamento di tecniche e passaggi di cinture, organizzato dall’associazione “Karate Do Katsuya Miyahira” con il patrocinio dell’associazione “Karate for People”, della Provincia e del Comune di Fermo, al quale sono intervenuti, portando un breve indirizzo di saluto, l’assessore alla sanità della Regione Marche Paolo Calcinaro e l’assessore allo sport e alle politiche giovanili del Comune di Fermo Alberto Maria Scarfini.
“Kangeiko” in giapponese si traduce con cold training, allenamento invernale, al freddo. “Potremmo, all’italiana, chiamarlo il karate nei giorni della Merla”, scherza Remo Grassetti, settimo dan, già atleta e coach della nazionale italiana e vicecampione d’Europa, oggi maestro e direttore tecnico di “Karate for People”. La data scelta per il “kangeiko” infatti è tutt’altro che casuale: “I giorni della Merla”, spiega Grassetti, “sono, secondo la nostra antica tradizione popolare, i più freddi dell’anno: e quindi i più adatti per richiamare quegli ideali di disciplina e ‘fortitudine’, in senso fisico e morale, dell’allenamento invernale giapponese, in un dojo non riscaldato o meglio all’aperto.”

È il principio che il freddo (moderato) intosta, come dicevano nonni e bisnonni. A Fermo non faceva così freddo, ma comunque dal finestrone a bella posta spalancato della palestra spirava, non avvertita da chi era tenuto occupato da combinazioni e katà, un’aria frizzantina. Ma è il principio, il simbolo che conta. Il karategi (arioso e di buon cotone, indossato a pelle, senza il comfort, si fa per dire, dei calzerotti salvapiedi o delle magliette della salute, come vorrebbero certe mamme iperprotettive) basta e avanza per proteggere dagli sbalzi di temperatura.
Magari poi fossero solo calze o magliette della salute. Sembra un dettaglio ozioso, e invece. Il maestro Umberto Pasini, settimo dan, partner del maestro Grassetti nella direzione tecnica del “kangeiko”, ha il dente avvelenato con chi non rispetta il codice vestimentario, come lo chiamava Roland Barthes. Non è retroguardia, al contrario: è opporsi ad una deriva pericolosa: “Basta guardarsi in giro”, dice Pasini, “nel dilagare di lezioni, stages e tutto il circo messo su da certi ‘maestri’ o sedicenti tali, in cui se ne vedono di ogni: tute sportive sotto il karategi, scarpe da ginnastica, cappellini, bambini che durante gli allenamenti fanno quel che gli pare, vanno a zonzo per la palestra e magari fanno anche merenda. E questo sarebbe il karate? Fa meraviglia dunque se, con simili ambasciatori, si diffonda una idea sbagliata e lontana anni luce dall’autentico contenuto e spirito della disciplina, dalla quale peraltro i primi ad allontanarsi sono proprio quei bambini, quei ragazzi delusi da quella loro prima falsa esperienza? Il karategi non è un costume di carnevale, è il segno dell’ingresso in una particolare dimensione spirituale.” E non è una metafora. Lo scorso carnevale, c’è chi alle festicciole ci andava “vestito da karateka”.
Un altro karate è possibile. “L’obiettivo principale di Katsuya Miyahira”, ricorda Remo Grassetti, che il grande maestro giapponese lo ha conosciuto davvero, molti anni fa, nel suo dojo di Okinawa, “era quello di perfezionare la personalità, sulla base delle regole fondamentali del karate: mantieni uno spirito di ricerca costante, diceva Miyahira, frena lo zelo eccessivo della tua gioventù e soprattutto osserva la buona educazione.” Precetti semplici, generali, rispettosi, inclusivi, nonviolenti: valori morali che dal dojo si trasmettono alla vita quotidiana. “Karate for People” è nato in questo spirito: per un karate aperto a tutti, non agonistico, come pratica educativa, formativa, come espressione e miglioramento del Sé e delle sue relazioni. Un karate per vivere meglio, nel corpo e nell’animo, serenamente, le difficoltà della vita quotidiana.
Remo Grassetti e Umberto Pasini pensano già al prossimo “kangeiko”: “Ci piacerebbe portare l’allenamento invernale nel suo vero luogo, che è la montagna, o comunque in un paesaggio immerso nella natura.” Nel logo di “Karate for People” c’è un fiore di ciliegio stilizzato, il Sakura, che in Giappone viene celebrato in primavera come simbolo della forza rigeneratrice. L’associazione è ancora giovane. Se son ciliegi, fioriranno.


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