Giornalismo ambientale, una guida verso bisogni reali e sostenibilità autentica

L’intervista a Marco Fratoddi

Marco Fratoddi, giornalista professionista, è direttore responsabile di Sapereambiente. Da marzo 2005 a ottobre 2016 ha diretto “La Nuova Ecologia”, il più antico mensile ambientalista italiano. Ha contribuito a fondare la “Federazione italiana media ambientali” di cui è divenuto segretario generale nel 2014. Insegna Scrittura giornalistica al Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Cassino con un corso sulla semiotica della notizia ambientale.

Giovedì 22 aprile si è festeggiata la Giornata della Terra. Quali sono gli aspetti imprescindibili per salvare il Pianeta?

La sfida per il clima raccoglie tutte le altre perché l’evoluzione verso modelli di convivenza a basse emissioni di carbonio garantisce la conservazione della biodiversità visto che rischiano di mutare in maniera irreparabile le condizioni generali degli habitat, migliori condizioni di salute perché i fattori antropici che producono i gas climalteranti introducono spesso rischi sanitari, compreso l’inquinamento atmosferico. Contenere la dieta a base di proteine animali e l’utilizzo di fitofarmaci in agricoltura limiterebbe l’impatto del settore agroalimentare e favorirebbe un maggiore benessere delle persone, anche in termini di medicina preventiva. Il processo d’innovazione che abbiamo davanti è complessivo, la specie umana ha finalmente acquisito la consapevolezza di abitare in una casa comune, complice anche l’enciclica “Laudato sì…” che ha svolto un ruolo importante non solo in ambito confessionale, con molti fattori d’interdipendenza al proprio interno. Ora bisogna mettere in campo delle correzioni al modello da cui proveniamo, basato sul depauperamento indiscriminato delle risorse e sullo sfruttamento delle fonti fossili, per evolverci verso un benessere autentico, che preveda anche una maggiore equità sociale e un nuovo equilibrio fra tutti i viventi.

 

Il Recovery Plan all’esame del Cdm sul punto della Transizione ecologica prevede, in primo luogo, un forte impatto sull’economia circolare. Il nostro sistema economico è pronto per questo salto?

Molti indicatori lo confermano, a partire da quelli che riporta il Circular economy network, secondo il quale la quota di riciclo complessiva del nostro paese sta al 68% contro la media europea del 57%, il tasso di uso circolare al 19.3% contro l’11,9%. Sono aspetti di cui la comunità nazionale è poco consapevole, nell’indice di performance sull’economia circolare precediamo Francia, Germania e Spagna. Anche i dati della Fondazione Symbola vanno nella stessa direzione, è lecito definire il nostro paese una super-potenza in questo campo, quello dell’economia rigenerativa in diversi settori legati peraltro al made in Italy, dal legno-arredo che impegna il 93% dei pannelli truciolari in materiale riciclato all’agricoltura, che ci vede fra i più virtuosi del Continente con 20 milioni di tonnellate di CO2 (deponente) contro i 76 della Francia. Possediamo un know-how importante in diversi campi d’innovazione, basti pensare che siamo la “patria” del Mater-bi inventato da Catia Bastioli dopo essere stati quella del Moplen di Giulio Natta, persino nell’ecofashion ci distinguiamo: il caso di Orange fiber, l’azienda fondata da due giovani siciliane che produce filati dalle bucce d’arancia, utilizzati anche da Ferragamo, ha fatto il giro del mondo. Resta il fatto che siamo molto indietro con le bonifiche, ci sono territori inquinati, nei quali è stato pagato un prezzo elevatissimo anche sul piano della salute pubblica, che attendono da decenni di essere liberati dalla morsa dei veleni industriali o dello smaltimento illecito. Si producono ancora troppi rifiuti anche a livello  domestico, a causa soprattutto della pervasività di imballaggi inutili, i progetti sulle smart-city sono rimasti una chimera rallentando la diffusione della trazione elettrica, dell’ottimizzazione energetica e funzionale nei centri urbani. Aggiungo che il sistema dell’istruzione rimane ancorato a modelli tradizionali, coerenti con l’impianto lineare della conoscenza, le nuove generazioni invece andrebbero preparate alla complessità perché possano cogliere a pieno, anche in termini occupazionali, le opportunità che si aprono e soprattutto essere persone della nostra epoca, protagonisti del mondo che cambia. Siamo a un bivio, insomma, abbiamo un certo vantaggio competitivo, una chiara vocazione verso i processi di ottimizzazione e tanta genialità nella piccola e media impresa ma bisogna colmare i ritardi e orientare l’intero sistema paese, compresa l’industria pesante, verso il nuovo paradigma per entrare davvero a testa alta nel campo dell’economia simbiotica, specialmente adesso che il Green Deal invita tutti a guardare in quella direzione.

 

Come possono contribuire e contribuiscono  la comunicazione, l’informazione e il giornalismo a migliorare l'”ambiente” nel senso più ampio della parola?

Soprattutto preparando culturalmente il pubblico a interpretare la realtà con uno sguardo diverso, utile se vogliamo anche a distinguere notizie fondate da quelle d’impatto semplicemente emotivo o scandalistico, portando in evidenza storie che dimostrino la
praticabilità del nuovo modello e spiegando in maniera circostanziata le cause, oltre agli effetti, di quanto accade. Non abbiamo bisogno di più informazione, siamo sovrastati dalle notizie anche attraverso i media digitali che inducono peraltro a una fruizione compulsiva delle notizie, ma di un’organizzazione diversa del racconto d’insieme che ci aiuti a comprendere i processi generali, i bisogni reali delle comunità che vanno ben oltre la soddisfazione che deriva dal consumo di beni, gli squilibri globali che provocano molti fenomeni, compresi quelli migratori, di cui rimuoviamo completamente la tragicità. E
anche a tracciare la via del cambiamento verso una ristrutturazione sostenibile della nostra maniera di stare al mondo, partecipando in questa maniera attraverso le narrazioni alla transizione autentica, consapevole e non soltanto comportamentale, della società contemporanea verso gli obiettivi indicati dall’Accordo di Parigi e dall’Agenda 2030.

 

In che stato è attualmente, l’informazione green oriented?

Nel mondo dell’informazione abbiamo un problema di agenda setting, che porta ancora oggi la questione ambientale nel mainstream prevalentemente in caso di eventi estremi, di ricorrenze simboliche come appunto l’Earth day o di dichiarazioni rilasciate da esponenti politici o istituzionali sul tema. In questo senso la figura di Greta Thumberg è stata provvidenziale con il suo potere di spiazzamento, una bambina che mette all’angolo i potenti, oscurata soltanto dal Coronavirus proprio nel momento in cui l’intero movimento stava alzando l’asticella della sua sfida. Si procede per strappi, anche se con sempre maggiore ampiezza, varietà negli argomenti e frequenza. E’ evidente come sia impossibile oggi praticare il giornalismo, a tutto tondo, senza competenze ambientali perché l’argomento entra in tutti gli ambiti, la sanità pubblica e globale, la cronaca territoriale e ovviamente l’economia, persino lo sport. Per questo c’è bisogno di formazione all’interno della categoria in maniera che i colleghi che adesso si affacciano su questi temi non debbano partire da zero, sappiano individuare le fonti primarie circa le problematiche del clima, della biodiversità, dell’inquinamento e comprendano anche il retroterra culturale che sta dietro molti slogan oggi di attualità, conoscano le figure che hanno segnato il cammino del pensiero ecologico. E’ il momento che l’ambiente esca dagli inserti ma questa prova di maturità va accompagnata da uno sforzo di crescita culturale e forse anche da un coraggioso investimento che favorisca l’ingresso in questa professione di narratrici e narratori che portino nuovi visioni.

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