Gabor Bonifazi, l’architetto che amava le vicende degli umili e dei vinti

Dieci anni fa ci lasciava lo storico che ha segnato un importante capitolo nella memoria del territorio: ispirandone a tutela pure leggi regionali. Il ricordo commosso di Luciano Magnalbò

Sto leggendo il libro di un gigante della ricerca, intesa non solo come reperimento di specifiche conoscenze, ma anche come amore per la natura e per le cose comuni, come studio del genere umano in continua evoluzione, come culto dell’immagine perfetta, e come spiegazione delle forme armoniche proprie di ogni architettura antica moderna.

Sto leggendo un libro di Gabor Bonifazi, uomo libero, eminente architetto, valente studioso, prolifico giornalista e scrittore, e raffinato antropologo, uno dei tanti libri scritti da questo amico, un intellettuale solengo, mai schiavo del pensiero unico, acuto e a volte bruciante, che diceva sempre quello che pensava, anche facendosi del male.

Gabor aveva una percezione particolare della realtà che lo circondava, costituita dalle persone e dalle loro attività giornaliere, una realtà guardata con un filtro culturale attentissimo ed unico, arricchito da quel senso di ironica e disincantata malinconia, propria di chi ha capito nel profondo l’essenza della vita.

Il libro che ho sottomano – l’Osteria dei Petterossi – è una delle opere minori di questo studioso dalle tante e svariate attitudini, che si sono materializzate, seguendo il suo estro, sia nella importante catalogazione e descrizione delle residenze gentilizie di campagna nel maceratese, con annessa storia delle famiglie proprietarie, sia nella rivisitazione della enorme tela di vie che attraversano il nostro territorio, ad iniziare da quella principale, che quietamente dall’Adriatico conduceva a Foligno (oggi riformata in viadotti e gallerie da 170 km all’ora).

Lasciamo le ville, e partiamo con Gabor per un viaggio confortato da vecchie osterie, locande (stazioni) dove si può dormire e, una volta, da poste per l’antico cambio e riposo dei cavalli; facciamo strada anche con Giacomo Casanova, che a Serravalle dormì tre notti e fu derubato di dieci scudi d’oro; e facciamo la conoscenza diretta di chi, finché poté, cioè finché i tempi lo consentirono, gestì tali osterie rivolte ai viandanti, e la facciamo attraverso un colloquio reso vivo ed animatissimo dall’autore, che ci porta ad immaginare possenti donne con braccia forti e zinale, che cucinano, servono e sguatterano, e uomini con pancia, cappello e baffi seduti ai tavoli a bere, ridere e biastimare. 

Gabor in questo libro racconta anche un po’ della sua vita, e uno dei passaggi più belli, da cui traspare il modo dissacrante di descrivere fatti e situazioni, è il seguente, in cui vengono raccolti tutti i suoi ricordi di scuola: nonostante i miei mi avessero spalmato sui capelli quella schifosa brillantina Linetti, solcato la scriminatura , fatto indossare il grembiule nero con fiocco azzurro inamidato di fresco, messo ai piedi le scarpe verniciate con la biacca e acquistato, per la merenda, un pezzo di pizza bianca da dieci lire nella bottega per le scalette dalla bella signora Romelia, l’ingresso alla scuola elementare “Collodi” fu traumatico. Alla fine dell’austera scalinata che si apriva sulla piaggia dell’Università, mi attendeva in prima la maestra Ugolini Egle in Cavallini da Cingoli, in seconda elementare il magrissimo maestro Ricci e in terza il maestro Saia: un profugo istriano, personaggio inconsueto che teneva in classe una sputacchiera dove scatarrare. La sputacchiera era ricavata da un barattolo di metallo, di quelli dove si conservano le sardine, conserva o tonno, ed era riempita di segatura assorbente.  

Sono oramai passati dieci anni dall’estate che si portò via Gabor, dopo il supplizio di mesi di letto e di dolori, sopportati con consapevolezza, dignità e forza d’animo; qualche giorno prima di morire, a riprova dell’inestinguibile senso dell’umorismo che lo dominava, mi disse tu devi scrivere il mio epitaffio, e ci devi mettere che fui un burlone.

Scrissi l’epitaffio, non so se lo contentai, ma la morte di Gabor è la riprova che anche gli immortali muoiono, ma solo nelle spoglie terrene, perché il loro ricordo li rende eterni, e quindi, sotto questo aspetto, immortali: sarebbe bello ora consacrare questa immortalità con la redazione di un’opera omnia, dove riunire tutti gli scritti, gli articoli ed i libri di questo personaggio veramente unico. Speriamo che questa città di Macerata, cui Gabor ha dato tanto, e di cui costituisce un incontestabile vanto culturale, recepisca ed accolga questo messaggio.

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