“Ergastolo”: il 29 maggio 2019 Innocent Oseghale veniva condannato per la morte di Pamela Mastropietro

Un anno dopo la sentenza su una tragica storia che ha segnato per sempre l’apparente tranquillità della provincia maceratese

29 maggio 2019. Colpevole di avere ucciso Pamela Mastropietro, colpevole di averla stuprata e di aver fatto scempio del suo corpo: Innocent Oseghale viene condannato all’ergastolo con isolamento diurno dalla giuria popolare del tribunale di Macerata. Il pusher nigeriano viene, di fatto, riconosciuto come l’unico responsabile riconosciuto della morte di Pamela Mastropietro.

L’arringa dell’avvocato della famiglia Mastropietro, Marco Valerio Verni, si conclude così:

“A Voi, Signori Giudici, mi permetto di dire che siete chiamati ad emettere una sentenza non solo nel nome del Popolo italiano, ma anche dell’Umanità tutta, perché qui non si tratta di un colore della pelle o di questa o quella nazionalità. Qui si tratta della Civiltà contro la barbarie.
Un compito molto oneroso, per quel che avete visto ed ascoltato, ma sono sicuro che le Vostre coscienze di magistrati ma, prima ancora, di uomini, non si sottrarranno a questo gravoso incombente. Ne sono convinto. La Giustizia se lo aspetta. L’Umanità se lo aspetta.
Una Giustizia che, secondo la mitologia, e l’iconografia che ne è derivata e che il mondo giuridico occidentale ha fatto propria, è rappresentata da una dea che, sugli occhi, porta una benda, a significare la sua imparzialità.
Ma non è difficile credere che, in questo caso, quella benda sia servita alla Giustizia a riparare il suo sguardo- che pure, da quando nacque da Zeus e Temi, ne ha viste tante- dagli orrori e dalle atrocità che hanno purtroppo contraddistinto questo processo che passerà agli annali tra uno dei più cruenti e demoniaci al mondo.
Ebbene, siate voi, signori Giudici, a prendere gentilmente per mano questa bella Dea, cui tutti noi, operatori del diritto, abbiamo votato la nostra vita, e, con gentilezza, accompagnatela nel discostarsi quel velo. Non vorrà dire perdere l’imparzialità, ma guardare negli occhi due genitori distrutti, una famiglia distrutta, una comunità distrutta, una Umanità ferita, anzi profondamente lacerata, speriamo non in maniera irreversibile.
Sussurratele che, questa volta, gli stessi uomini la aiuteranno a rimediare a quello che un loro stesso simile ha empiamente compiuto.
Quegli uomini siete voi. Fate giustizia, Signori Giudici”.

Al momento della lettura della sentenza di condanna, un lungo applauso quasi copre la parola “ergastolo”. Oseghale viene ritenuto responsabile di tutti i reati che gli erano stati contestati: l’omicidio volontario aggravato dalla violenza sessuale, il vilipendio, la distruzione del cadavere e l’occultamento dei resti di Pamela nelle due valigie abbandonate sul ciglio della strada fra Casette Verdini e Pollenza.

E’ passato un anno da quella sentenza che, forse, ha risposto solo in parte al grido di giustizia lanciato dalla famiglia della diciottenne romana. Perchè ancora oggi, intorno a questa tragica vicenda aleggiano tanti dubbi, tante perplessità.

Una su tutte: Oseghale ha davvero fatto tutto da solo? Risuonano come un monito le parole di Alessandra Verni pronunciate subito dopo la sentenza:  “Fuori uno, adesso tocca a tutti gli altri. Non credo che Oseghale abbia fatto tutto da solo, siamo convinti che ci siano altre colpevolezze da accertare. Quei segni di contenimento sul braccio di Pamela sono il segno che le hanno iniettato a forza la dose di eroina. Pamela odiava gli aghi, l’eroina la fumava ma sono sicura che non si bucava. Sono state dette e scritte tante cose non vere, su di lei”.

Un anno fa si è chiuso un processo che ha rappresentato un unicum nella storia della criminologia italiana. Ma non si è chiuso tutto ciò che intorno a questa vicenda è ruotato ed è emerso solamente per flash o per dettagli che non spiegano ancora tante cose e i troppi lati oscuri di una tragica storia che ha segnato per sempre l’apparente tranquillità della provincia maceratese.

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