Emanuele Tacconi: “Il mio cuore è ancora tra i ragazzi del campo profughi di Gaziantep”

Il catastrofico terremoto tra Siria e Turchia nei ricordi del maceratese Emanuele Tacconi, inviato dell’Onu ora in missione in Giordania, nella capitale Amman.
“Quando in quella tormentata area di confine tra i due Paesi l’OMS cerco’ per i propri uffici un edificio antisismico ed ebbe gravissime difficolta”. “Il mio augurio? Sempre quello: che gli aiuti siano distribuiti in modo equo”

Oltre 11.500 morti, piu’ di ventimila feriti e’ il bilancio purtroppo provvisorio del terribile sisma al confine tra Siria e Turchia, una terra da anni ‘intrisa’ nel dolore. Prima la guerra. ora la calamita’. Una storia tragica con un testimone eccezionale, il maceratese Emanuele Tacconi -nella foto, del 2013, ha alle spalle il castello di Gaziantep andato completamente distrutto in queste ore angosciose- che a quella tragedia, con la collaborazione di chi scrive, ha dedicato un libro di successo: ‘I martiri bambini’ con la prefazione del grande inviato di guerra Lorenzo Bianchi (Ilari editore, 2014).

Emanuele, premio ‘Maceratese nel mondo (2015) prima funzionario Eni ‘sulle orme’ di Enrico Mattei, dal 1997 inviato Onu e di altre irganizzazioni internazionsli umanitarie, e’ in questi giorni ad Amman (Giordania) per altre missioni.

Lo raggiungiamo al telefono: “E’ con profondo dispiacere che apprendo la notizia del terribile terremoto che ha colpito il sud est della Turchia e il nord della Siria” . “Profonde emozioni che si susseguono avendo vissuto a Gaziantep nel 2013, per circa un anno, all’inizio della crisi siriana”.

Ci vuol ricordare quei giorni, quei mesi?

“Nell’area erano stati organizzati una decina di campi profughi e ad oggi dopo oltre dieci anni gli ospiti sono ancora li! Migliaia di adolescenti che nei campi sono nati e che conoscono solo la vita all’interno di un ‘recinto’. Il mio pensiero va a loro, a tutte le vittime, ai loro familiari, a coloro che lottano per vivere intrappolati sotto le macerie che anche se sopravvissuti al trauma devono fare i conti con il freddo polare, ai soccorritori, ai miei ex colleghi turchi e per ultimo ma non per questo meno importante a tutte le vittime, doppiamente vittime, della parte siriana. Vittime di una guerra dimenticata troppo presto ed ora vittime di questa terribile catastrofe naturale“.

Ha un episodio nella sua memoria che si lega in particolare a questa catastrofe che affonda addirittura per l’assoluta gravita’ allo scenario del terremoto del 1939?

“Si. Ricordo la grande difficoltà nell’identificare una struttura idonea per aprire il nuovo ufficio dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanita’) a Gaziantep. Essendo zona sismica, la sicurezza dell’ONU prima di concedere l’approvazione a procedere, pretendeva un certificato che attestasse che lo stabile fosse stato effettivamente costruito secondo i criteri antisismici. Cosa estremamente difficile da ottenere…”

E dunque le micidiali scosse telluriche, in una tale area abitativa scarsamente protetta dalle regole di salvaguardia, hanno avuti un impatto ancor piu’ distruttivo…

“Non e’ questo il momento delle polemiche ma quello della solidarietà ed e’ incoraggiante vedere che in molti si sono resi disponibili per portare aiuto e sono già operativi sul posto”.

Un auspicio da parte di un operatore come Lei che da anni porta aiuti in tutto il mondo laddove la violenza degli uomini e talvolta della Natura porta devastazione e morte…

“La speranza e’ sempre quella: che gli aiuti siano distribuiti in modo equo”.

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