La tessitrice italo-argentina trasforma lana, alpaca e filati locali in opere uniche, intrecciando ricordi, radici e tradizioni dei due continenti
di Gioele Pincini
C’è un telaio arrivato dall’Argentina che batte il tempo in un piccolo laboratorio marchigiano. È il cuore di De mi tierra, il progetto di Silvana Balzani, tessitrice italo-argentina che trasforma la trama in un archivio affettivo: radici, memorie, paesaggi di due continenti. Il nome non è un vezzo: “dalla mia terra” riconosce una patria doppia, l’Argentina che l’ha vista nascere e l’Italia del padre, dei nonni e del presente.
Balzani lavora con fibre naturali – lana, alpaca e lama, seta, cotone e lino – e collabora anche con una realtà marchigiana che valorizza filati da pecore Sopravissane, razza antica del Centro Italia oggi rara. Nelle sue lavorazioni predilige un’estetica rustica, che non nasconde le differenze di spessore: le mette in evidenza come fossero pause di respiro nella musica di una trama. «Ultimamente tesso soprattutto con lane che filo io stessa»: una scelta di filiera corta e consapevole, quasi domestica, dove la mano che fila diventa il primo atto creativo.

L’incontro con il telaio è stato folgorante e tardivo: «L’ho scoperto nel 2003 durante una visita al mio paese; in una settimana ho imparato le basi e non ho più smesso». Madre e nonna le hanno trasmesso il gusto del fatto a mano; ferri e uncinetto sono venuti prima dell’ordito, ma è tra licci e navette che la sua voce ha trovato registro. Oggi espone e produce nella bottega di Offagna, insieme all’associazione Offagna Crea: un artigianato che non è rifugio dal mondo, ma un modo esigente di abitarlo, lentamente.
1) Perché “De mi tierra” oggi: che cosa di Argentina e Italia porti in ogni pezzo?
«L’Argentina è l’anima, l’ispirazione: la nostalgia si trasforma in trama e ordito, portando nei tessuti i colori della mia terra d’origine. Quando chiamo una collezione “Andes”, “Puna” o “Pampa” evoco un luogo del cuore che ho lasciato, ma che continua a vivere attraverso le mie mani. L’Italia, che mi accoglie da vent’anni, è il mio presente: tradizioni e artigianalità. Oggi la mia “tierra” è l’intreccio di queste due anime».
2) Come scegli fibre e colori: parti dall’idea o dalla materia?
«Dipende. Su commissione parto dall’idea del cliente: ascolto, e insieme cerchiamo la combinazione di colori e materiali. Per la bottega lascio spazio all’istinto: spesso parto dalla materia, da una matassa – magari filata da me – e mi lascio guidare. È il filato, con la sua texture e il suo colore, a suggerirmi cosa vuole diventare».

3) Cosa cerchi quando lasci “parlare” l’imperfezione della trama?
«Profondità e carattere. Un tessuto troppo regolare rischia di sembrare freddo. Valorizzando variazioni di trama e spessore, do una storia: l’oggetto non è solo visto, invita a essere toccato e vissuto. È anche la prova che è un pezzo unico, con quel calore e quell’anima che solo il lavoro manuale sa trasmettere».
4) Cosa ti restituisce il pubblico e come entra nel lavoro quotidiano?
«È uno scambio tra tecnica ed emozione. In pubblico voglio rieducare alla lentezza: dietro ogni centimetro c’è un tempo reale. Ma il dono più grande lo ricevo io: persone anziane si fermano, si illuminano, il telaio riaccende ricordi d’infanzia. Questa emozione mi ha spinto a tenere corsi di tessitura: raccogliere il testimone e passarlo a nuove mani, perché la magia del fatto a mano continui a evolversi».
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