Da via Pergolesi ai palchi internazionali per Federico
di Gioele Pincini
Ad Ancona, alla fine di via Pergolesi, dove il rione Montirozzo è vicino dall’incontro con quello degli Archi, c’è un laboratorio di liuteria che negli ultimi anni si è ritagliato un ruolo preciso nella scena delle corde elettriche. Dentro lavora un uomo solo, circondato da legno, morsetti e saldatori. Si chiama Federico Giungi, è il fondatore del marchio Giungi Guitars e costruisce chitarre e bassi elettrici uno per volta, a mano, seguendo ogni strumento dall’idea al primo accordo.
Prima stava sul palco, da chitarrista. Oggi sta soprattutto al banco, ma l’ossessione è la stessa: trovare un suono che risponda alle mani di chi suona. Non prende un modello di serie e lo replica. Parte da forme che tutti riconoscono e le piega sulle esigenze del musicista: il profilo del manico, la scala, l’elettronica, le finiture vengono decisi insieme. La chitarra deve stare addosso come una giacca cucita bene. Se non succede, per lui lo strumento non è finito.
In città questo metodo è diventato noto. Chi suona a corda sa che in via Pergolesi c’è un posto dove, oltre a un setup o a una riparazione, può trovare un confronto tecnico e musicale. Professionisti, band locali e appassionati passano dal laboratorio per rimettere in sesto uno strumento maltrattato dai live o per immaginarne uno nuovo. Attorno al banco è cresciuta una piccola comunità: si parla di legni e pickup, ma anche di prove, dischi, tour che partono e tour che saltano.


L’onda di richieste dei suoi prodotti, però, non si ferma al perimetro del capoluogo marchigiano. Le chitarre e i bassi di Giungi escono dalla bottega e prendono aerei: vengono richiesti da musicisti all’estero, finiscono in studio e sui palchi di altri Paesi, compaiono in video e brani pubblicati. È una vetrina continua che porta un pezzo di via Pergolesi nel flusso globale dei contenuti musicali.
Il suo nome è arrivato anche al cinema: un basso e una chitarra nel film “Tutta colpa del rock”, rispettivamente suonati dai comici da Elio (quello delle storie tese) e Lillo (quello di Lillo e Greg) portando sullo schermo il lavoro quotidiano di Giungi. Per un artigiano abituato a misurare il successo nella stretta di mano di un cliente soddisfatto, vedere i propri strumenti in un lungometraggio e nei palchi internazionali è un segnale chiaro: da una strada stretta tra mare e colline si può parlare al mondo con legno, corde e corrente, restando al tempo stesso un punto di riferimento per chi, ad Ancona, il rock lo suona tutti i giorni.

Che cosa rende riconoscibile una Giungi, oltre al suono?
“La riconosci perché non nasce come copia: io non faccio repliche di modelli storici, lavoro su una famiglia di strumenti che hanno una linea mia, e da lì costruisco su misura. Il “non conformismo” è soprattutto questo: una forma che non rimanda immediatamente a Fender o Gibson, ma che resta credibile, suonabile e bilanciata. È un’idea di chitarra che sta tra funzione e immagine: sul palco lo strumento è parte del racconto, come un vestito o un paio di scarpe. Deve suonare bene, certo, ma deve anche “stare” addosso al musicista e comunicare qualcosa prima ancora della prima nota: personalità, stile, intenzione.”
Quando un musicista viene da te, cosa cerca davvero?
“Cerca principalmente due cose: personalizzazione e qualità reale, quella che senti e vedi nel tempo. C’è chi arriva con un’idea sonora precisa e vuole legni, pickup ed elettronica per inseguire una timbrica; e c’è chi, anche restando su legni “classici”, vuole un livello di selezione e cura che l’industria non può garantire sempre, perché lavora su grandi numeri e tempi stretti. In liuteria pesa molto la stabilità: legni ben stagionati, lavorazioni accurate, componenti affidabili che reggono umidità, spostamenti, palco e studio. E poi c’è un punto spesso sottovalutato: non basta dire “la voglio così”, bisogna renderlo coerente. Il mio lavoro è anche tradurre desideri e gusto in scelte concrete, evitando combinazioni che sulla carta sembrano belle ma poi non funzionano né per suono né per suonabilità”.

Restare ad Ancona e lavorare col mondo: come si tiene insieme?
“Si tiene insieme grazie a due binari che si incrociano: radici e rete. In una città come Ancona cresci molto con il passaparola, con la fiducia costruita su riparazioni, setup, piccoli lavori che ti fanno entrare nella vita dei musicisti. Ma per superare i confini locali, oggi, è stato decisivo il web: social, video, contenuti che mostrano come lavori e che cosa rende riconoscibili i tuoi strumenti. Fuori dall’Italia spesso trovi più curiosità verso forme nuove e meno “soggezione” per i modelli canonici: l’idea di provare qualcosa di diverso è più naturale, e il made in Italy viene percepito come valore artigiano. Restare qui, invece, è una scelta di equilibrio: la provincia può limitare, ma dà anche tempo, relazioni, continuità. E per un lavoro così, fatto di precisione e pazienza, non è un dettaglio”.
Per saperne di più sul mondo di Federico consultate www.giungiguitars.com
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