Covid, Luciani: “Ai giovani solo rinunce e nessuna alternativa per affrontare questo periodo”

Daniele Luciani, psicologo e psicoterapeuta del Dipartimento di Prevenzione AV5

Lo psicologo e psicoterapeuta del Dipartimento di Prevenzione AV5 vicino ai ragazzi in questo momento così difficile

di Luca Gabrielli

La pandemia che stiamo vivendo ha messo in ginocchio diverse categorie lavorative e sociali. Al centro del dibattito c’è sicuramente la crisi economica ma una crisi più nascosta può rivelarsi dannosa e dalla conseguenze più gravi. Il mondo giovanile vive questo periodo tra l’incudine delle tante privazioni scolastiche e sociali, e il martello delle responsabilità e delle colpe che gli vengono additate ogni qual volta aumenta il numero dei contagi. Ma se fossero proprio i giovani a pagare più di tutti le conseguenze di questo periodo?

Daniele Luciani, psicologo e psicoterapeuta del Dipartimento di Prevenzione AV5 dove si occupa di adolescenza e comportamenti a rischio, ci aiuta a delineare meglio il quadro della situazione.

Quanto la pandemia e l’uso della DAD stanno portando a conseguenze negative per i nostri ragazzi? “La pandemia ha prodotto un trauma collettivo a tutti, ci ha ricordato quanto siamo fragili, imperfetti e quanto la vita è preziosa e difficile da conservare. Sono stati chiesti a tutti grandi sacrifici e rinunce ma in particolare ai giovani e agli adolescenti. Questi hanno risposto subito in maniera positiva e soprattutto nella prima ondata hanno retto davvero bene. Dopo il prolungamento della DAD e della mancanza delle relazioni sociali le difficoltà sono aumentate. Si sono prodotti, o meglio accentuati, fenomeni come l’ abbandono scolastico, la mancanza di apprendimento, la mancanza di uno spazio personale all’interno della propria abitazione che hanno portato all’aumento di episodi psicopatologici (suicidi, atti lesionistici) e dei casi di ritirati sociali. La DAD, oltre ad essere un pericolo per la trasmissione del sapere, non consente la funzione di socializzazione verticale e orizzontale della scuola. Nonostante i tantissimi sforzi del mondo della scuola, vengono meno sia quei modelli che dovrebbero animare il desiderio del sapere sia il confronto con il gruppo dei pari”.

I giovani, oltre alle conseguenze della pandemia, sono spesso considerati come “possibili untori”, come i protagonisti della movida. Non è un errore secondo lei? “I giovani stanno vivendo un trauma nel trauma. Oltre che confrontarsi con le conseguenze sanitarie della pandemia, devono confrontarsi con l’idea che per adulti, società e politica, i loro bisogni non sono centrali, contano poco. A loro sono state chieste tante rinunce ma senza dare alternative per far fronte a questa esperienza. I giovani vivono con l’angoscia di uno sguardo assente da parte degli adulti, con l’angoscia di non avere percorsi alternativi per crescere, per essere stimolati, per recuperare i propri spazi. Abbiamo una duplice responsabilità: da un lato c’è da chiedersi come il mondo adulto si è interessato a loro, come gli ha permesso di esprimersi. Dall’altro li tende a vittimizzare non cercando di far leva sulle loro risorse. In questo modo si tende a patologizzare questa cosa impedendo loro di tornare ad essere protagonisti. Se l’agenda politica non capisce che i giovani devono essere coinvolti oggi e non domani, che non sono il nostro futuro ma il nostro presente, le conseguenze saranno gravi”.