Ascoli, esternalizzazione della biblioteca: dubbi procedurali e vantaggi economici incerti

L'ingresso della biblioteca comunale di Ascoli Piceno

Il dibattito in città continua da dicembre. Il complesso rapporto con chi dovrà gestire il servizio è tutto da chiarire

di Adriano Cespi

La biblioteca comunale, nell’immaginario collettivo, è il cuore pulsante di una città. L’espressione massima del suo livello culturale. Soprattutto se quella città è immersa, anima e corpo, nel passato antico.
Dalle presenze in biblioteca di giovani, e meno giovani, spesso uno si fa un’idea di popolo. Dai libri letti un concetto di comunità. Per cui scorgere una delibera in cui l’amministrazione comunale decide di “liberarsi” del controllo diretto del servizio di biblioteca per affidarlo a terzi solleva interrogativi e dubbi. In particolare quando ci si candida a Capitale della cultura. Stiamo parlando di Ascoli e dell’amministrazione Fioravanti. La prima culla di storia e architettura romana e medievale, la seconda prosecuzione di quella classe dirigente di Destra che da oltre vent’anni governa il capoluogo Piceno.

 

La vicenda inizia lo scorso dicembre quando spunta una proposta di delibera con cui la giunta intenderebbe procedere all’esternalizzazione del servizio di biblioteca (quella del polo Sant’Agostino tanto per capirci, con un archivio testi perfino del ‘500), ma senza l’esistenza, parrebbe, di un progetto strutturato e definito. Il tutto attraverso un passaggio in Consiglio comunale per l’acquisizione del parere.

E qui sorgono subito delle perplessità: se il Consiglio è un organo decisionale, quale parere avrebbe dovuto dare? E a chi? Ad esprimere pareri, sulle delibere di Giunta o di Consiglio, sono casomai gli organi dirigenti del Comune e non il Consiglio. Per cui, in base alle norme che regolamentano le attività amministrative, prima di ipotizzare eventuali esternalizzazioni o privatizzazioni, la Giunta avrebbe dovuto portare all’attenzione del Consiglio, non la delibera, ma la modifica stessa del Documento unico di programmazione (Dup) contenente, appunto, il progetto nuovo di gestione esternalizzata dei servizi di biblioteca. E questo non è stato fatto. Perché?

 

E poi il bando pubblico, che nelle intenzioni dell’amministrazione Fioravanti dovrebbe coinvolgere il terzo settore, dalle associazioni alle cooperative sociali. Evidentemente il Comune dovrà fissare una cifra, almeno pari a quella del personale che opera attualmente in biblioteca, da riconoscere a quell’associazione o cooperativa vincitrice del bando (altrimenti chi li paga questi nuovi dipendenti?). Personale, quello comunale, che, evidentemente, non potendo, per legge, essere licenziato, verrebbe, poi, ricollocato in un altro settore di Palazzo Arengo. Per un esborso doppio: lo stipendio degli impiegati pubblici usciti dalla biblioteca e ricollocati in altri uffici e la quota da riconoscere alla ditta esterna vincitrice del bando.

La domanda a questo punto sorge spontanea: è proprio il caso di proseguire per la strada dell’esternalizzazione? Non sarebbe, forse, meglio continuare con la gestione diretta da parte del Comune, previa assunzione di nuovo personale qualificato?