Angelo Lo Scalzo, il colonnello siciliano che amava Macerata

Angelo Lo Calzo

IL RICORDO – I lunghi anni alla Questura in piazza Libertà riscuotendo stima ed l’affetto della popolazione. Un anno a Moena, poi questore a Pescara. Il racconto di due giorni speciali con i campioni olimpici di sport invernali, suoi fedelissimi “sottoposti” alla caserma delle Fiamme Oro in Val di Fassa

di Maurizio Verdenelli

“Angelo, ma non ti pare che sia molto più bello il ‘nostro’ invaso del Fiastrone?!”. Il celebre Lago di Carezza, quel pomeriggio della primavera inoltrata del ’94, rispecchiava il massiccio innevato del Latemar, a due passi il vicino Castello asburgico incorniciato da un bosco di abeti millenari rimandava a Sissi e Francesco Giuseppe, leggendaria coppia imperiale. Il colonello dottor Angelo Lo Scalzo, dirigente generale di Pubblica Sicurezza, comandante della caserma delle Fiamme Oro di Moena, sbiancò letteralmente alle parole dell’amico al quale aveva creduto di far colpo mostrandogli uno dei gioielli del Grande Nord Alpino. Macchè! Per lo sciovinista ad oltranza Pietro “Briscoletta” Baldoni, fotoreporter principe de “Il Messaggero”, non esisteva alcun panorama pur famoso in Italia che potesse minimamente paragonarsi ad una bellezza paesaggistica delle “proprie” Marche.

Il ‘piatto’ del Direttore, colonnello Angelo Lo Scalzo, del Centro Addestramento alpino di Moena, a ricordo della cerimonia di premiazione dei campioni olimpici di Lillehammer nel 1994

Amava anch’egli la nostra terra, il siciliano Lo Scalzo, per un anno inviato a dirigere la caserma dei campioni delle FF.00 in Val di Fassa, in fronte la Marmolada con i ghiacciai scintillanti di neve. “Ci hanno sciato fino a poco fa, dopo Pasqua” ci disse l’amico. Il quale aveva invitato Pietro e lo scrivente per celebrare insieme i campioni degli sport alpini in forza alla caserma che in maglia azzurra si erano ricoperti di gloria e di medaglie alle Olimpiadi invernali di Lillehammer nel febbraio precedente. Ricordo che Angelo ci fece ospitare in uno splendido albergo immerso nel verde, a Moena. La mattina dopo chiedemmo a Pietro, Angelo ed io se finalmente avesse goduto di un riposo tranquillo lui abituato ai rumori degli avventori del sottostante bar Torresi (al suo posto da anni, la sede della Banca della Provincia di Macerata) in corso Cairoli, a Macerata. “Macchè, l’acqua di quel rivo chicchierino, troppo! che corre nel bosco vicino all’albergo, mi ha tenuto sveglio per tutta la notte” fu la risposta che sorprese per la seconda volta il colonnello! Pietro ebbe tuttavia parole di elogio, alla fine, per la polenta e la splendida cena alpina in un noto ristorante A Pozza di Fassa, a coronamento di quella nostra escursione e relativo reportage, 27 anni or sono!

Due giorni meravigliosi che rese ancora più salda l’amicizia con il colonnello Lo Scalzo che a lungo, in precedenza era stato in forza alla Questura di Macerata. Diventando, per il tratto umano e la competenza professionale, punto di riferimento della popolazione. Amico, nell’autonomia dei ruoli, di tutti a cominciare da Franco Simoncini, titolare del contiguo bar Mercurio.

 

Era tale amicizia e la confidenza tra i due uomini (Angelo era stato vicino sin dall’inizio alla famiglia Simoncini nel dramma che aveva colpito il primogenito Marco) che un giorno Franco, me presente, all’ingresso dell’amico nel bar gli tirò uno scherzo del quale tutti ridemmo di cuore. Tanto era chiara in tutti la fama della sua incorruttibilità. Simoncini, dunque, estrasse un vassoio, ci mise sopra qualche banconota e all’amico in divisa disse scherzando: “La tangente!”. Era un uomo dell’Ordine e della Giustizia, Lo Scalzo, poi questore a Pescara. Erano emergenza che gli “duolevano”, per dirla con Giovanni Spadolini. Sentiva lui soltanto su Macerata, in quei primi anni 80 dove regnavano ancora prosperità e prospettive sempre migliori di vita, una nube inquietante, indicibile (di lì a poco sarebbe esploso il caso del “buco alla Carima”). Me ne parlò a cuore aperto, una mattina ad uno dei tavolini sul soppalco che Franco, Ruggero e Piero avevano ricavato in altezza dal loro piccolo “Mercurio”, ormai straripanti di clienti. “Ho lasciato la Sicilia perché c’erano unicamente due alternative per giovani come me: o lo Stato o la Mafia. Dovunque sarò combatterò dunque il Malaffare, che non è solo …Cosa Nostra della mia bella ma sfortunata Terra”.

Tornato da Pescara ed andato in congedo da lì a poco, Nel capoluogo ogni tanto si poteva incontrarlo fino a qualche anno fa per acquistare libri in corso della Repubblica. Ci risentimmo altre volte. Non molte, purtroppo. Talvolta chiedendomi ospitalità sulle colonne di un online allora nascente, su temi a lui cari: giustizia e d’attualità. Con rammarico l’ultimo, a causa di una certa mia pigrizia subentrata ad una militanza giornalistica non più attiva e piena come un tempo, non venne da me inoltrato e dunque pubblicato. Me ne sono più volte interiormente pentito. E di questo ora al momento dell’addio mi scuso, caro colonnello Angelo.

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